RINUNCE E TRANSAZIONI


A. In genere     B. Quietanze liberatorie    C. Conciliazioni sindacali     D. Conciliazioni giudiziarie    E. Conciliazioni alla Direzione Provinciale del Lavoro


A. In genere

  1. Alla dichiarazione del lavoratore di non aver più null'altro a pretendere dal datore di lavoro accompagnata dall'accettazione del licenziamento deve senz'altro riconoscersi valore di transazione con riferimento ai diritti del lavoratore derivanti dall'illegittimo licenziamento, in quanto l'accettazione dello stesso comporta il riconoscimento della legittimità del recesso da parte del datore di lavoro con la conseguente volontà di rinunciare alla tutela prevista per il caso di licenziamento illegittimo (Pret. Verona 21/12/94, est. Mancini, in D&L 1995, 979, nota SCORCELLI, Su alcune questioni in materia di rinunzie e transazioni)
  2. L'art. 2113 c.c. - che consente l'impugnazione delle rinunzie e transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi - non è applicabile alle manifestazioni di volontà negoziale relative alla risoluzione del rapporto di lavoro (ivi compresa la risoluzione consensuale del rapporto), in relazione, da un lato, alla libertà di recesso del lavoratore e, dall'altro, ai limiti legali del potere di recesso del datore di lavoro ed alla previsione dell'impugnazione del licenziamento entro un limite decadenziale. (Trib. Milano 24/7/2003, Est. Vitali, in Lav. nella giur. 2004, 191)
  3. Un accordo per la risoluzione consensuale del contratto di lavoro è vincolante per le parti ex art. 1372 c.c. e rispetto ad essa è improduttiva di effetti la successiva revoca delle dimissioni comunicata dal prestatore al datore di lavoro, non essendo consentito alle parti di un contratto recedere unilateralmente fuori dalle ipotesi in cui un tale diritto potestativo sia attribuito dalla legge o sia stato espressamente pattuito. Deve essere altresì esclusa l'annullabilità di siffatto accordo ex art. 2113 c.c., posto che né la risoluzione consensuale del rapporto, né le dimissioni attengono ad un diritto previsto da norme inderogabili di legge e, quindi, il diritto al posto si configura quale diritto disponibile. (Trib. Milano 24/5/2002, Est. Di Ruocco, in Lav. nella giur. 2003, 286)
  4. Mentre rientrano nel disposto di cui all'art. 2113 c.c. le transazioni e le rinunzie aventi a oggetto il diritto del lavoratore alla retribuzione ex art. 36 Cost., alla qualifica, al riposo settimanale e feriale, al trattamento previdenziale nonché i fatti costitutivi dei diritti del lavoratore (con l'unica eccezione del licenziamento), sono escluse dall'ambito di operatività di tale norma le rinunzie e le transazioni riguardanti i diritti consistenti nelle conseguenze economiche derivanti in capo al datore di lavoro dalla violazione dei diritti del lavoratore, con la conseguenza che l'art. 2113 c.c. non è applicabile alla rinuncia avente a oggetto il pagamento dell'indennità supplementare prevista dal CCNL per il caso di ingiustificato licenziamento del dirigente (Pret. Verona 21/12/94, est. Mancini, in D&L 1995, 979, nota SCORCELLI, Su alcune questioni in materia di rinunzie e transazioni)
  5. Le somme previste in una transazione giudiziale sono imponibili solo ove la stessa sia stata stipulata successivamente all'entrata in vigore dell'art. 32 DL 23/2/95 n. 41, convertito con modificazioni nella L. 22/3/95 n. 85 (Trib. Milano 19/4/97, pres. Mannacio, est. Ruiz, in D&L 1997, 864, n. Dal Lago)
  6. Va esclusa l’efficacia novativa di una transazione quando non risulta espressamente che le parti, con l’accordo transattivo, abbiano inteso sostituire un nuovo rapporto a quello precedente o un nuovo titolo obbligatorio a quello precostituito (Trib. Verona 12/11/97, pres. Chimenz, est. Caracciolo, in D&L 1998, 510)
  7. La rinuncia o la transazione conclusa tra dipendente e datore di lavoro, avente ad oggetto la risoluzione del rapporto di lavoro, non rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 2113 c.c. in quanto, anche quando è garantita la stabilità del posto di lavoro, questa garanzia dipende da leggi o disposizioni collettive, mentre l'ordinamento riconosce al lavoratore il diritto potestativo di disporre negozialmente e definitivamente del posto di lavoro stesso, in base all'art. 2118 c.c.. (Cass. 28/3/2003, n. 4780, Pres. Mileo, Rel. Picone, in Dir. e prat. 2003, 1987)
  8. L'art. 2113 c.c. è applicabile anche nell'ipotesi in cui il lavoratore abbia già intrapreso un'azione giudiziaria, in quanto la sua posizione di soggezione nei confronti del datore di lavoro non viene meno per il fatto che egli abbia azionato un diritto o sia assistito da un legale; ne consegue che restano impugnabili ai sensi del citato art. 2113 c.c. nel termine di sei mesi tutte le rinunce e transazioni che non siano intervenute nella forma della conciliazione giudiziale o sindacale, a nulla rilevando che le suddette intervengano dopo che il lavoratore abbia già azionato il diritto in giudizio. (Cass. 17/9/2002, n. 13616, Pres. Sciarelli, Rel. Figurelli, in Lav. nella giur. 2003, 439, con commento di Gianluigi Girardi)

B. Quietanze liberatorie

  1. La dichiarazione con cui il lavoratore dà atto di aver ricevuto una determinata somma a totale soddisfacimento di ogni sua spettanza e di non aver null’altro a pretendere dal proprio datore di lavoro rappresenta, di regola, una semplice manifestazione del convincimento dell’interessato di essere stato soddisfatto di tutti i suoi diritti e, risolvendosi in un giudizio soggettivo, concreta una mera dichiarazione di scienza priva di ogni efficacia negoziale che, come tale, se è successivamente riscontrata erronea, non preclude al dichiarante di agire per il soddisfacimento giudiziale dei propri diritti non ancora soddisfatti; soltanto nel concorso di altre speciali circostanze, desumibili anche aliunde, una tale dichiarazione può assumere il valore di rinuncia o transazione, ai sensi dell’art. 2113 c.c., sempreché di tali negozi ricorrano i requisiti legali e, in particolare, risulti inequivocabilmente accertato che il lavoratore abbia avuto, nel rilasciarla, la chiara consapevolezza degli specifici diritti determinati, o almeno obiettivamente determinabili, che gli sarebbero spettati e ai quali, appunto, egli abbia coscientemente inteso rinunciare totalmente o parzialmente (Cass. 13/6/98 n. 5930, pres. Rapone, est. Figurelli, in D&L 1998, 1003)
  2. La dichiarazione contenuta nella cd. quietanza liberatoria o a saldo, con cui il lavoratore afferma di ricevere dal datore di lavoro tutto quanto di sua spettanza, è priva di contenuto abdicativo e pertanto non può ricondursi allo schema negoziale di una rinuncia o transazione dei suoi diritti, ai sensi dell’art. 2113 c.c.; inoltre, il lavoratore non è tenuto a dare la prova del mancato pagamento della somma quietanzata (Trib. Pistoia 4/3/99, pres. ed est. Amato, in D&L 1999, 648, n. Balli, Quietanze a saldo e onere della prova del mancato pagamento della somma indicata)

C. Conciliazioni sindacali

  1. La conciliazione compiuta in sede sindacale, nel rispetto della procedura prevista dall'applicata contrattazione collettiva, si sottrae al regime di impugnabilità di cui all'art. 2113 c.c. ove risulti da un documento sottoscritto contestualmente dalle parti e dal rappresentante di fiducia del lavoratore e a condizione che l'accordo conciliativo sia raggiunto con l'effettiva assistenza del lavoratore da parte di assistenti dell'organizzazione sindacale cui lo stesso aderisce (nella specie la sentenza di merito - confermata dalla Corte - aveva ritenuto sufficiente, ai fini di tale ultimo requisito, l'accertata presenza del rappresentante dell'organizzazione sindacale d'appartenenza del lavoratore "nell'ambito della procedura conciliativa"). (Cass. 3/4/2002 n. 4730, Pres. Mileo Est. Mammone, in D&L 2002, 785; in Riv. it. dir. lav. 2003, 178, con nota di Andrea Pardini, Sui requisiti formali e sostanziali della conciliazione in sede sindacale)
  2. La conciliazione compiuta in sede sindacale, nel rispetto della procedura prevista dall'applicata contrattazione collettiva, si sottrae al regime di impugnabilità di cui all'art. 2113 c.c. ove risulti da un documento sottoscritto contestualmente dalle parti e dal rappresentante di fiducia del lavoratore e a condizione che l'accordo conciliativo sia raggiunto con l'effettiva assistenza del lavoratore da parte di assistenti dell'organizzazione sindacale cui lo stesso aderisce (nella specie la sentenza di merito - confermata dalla Corte - aveva ritenuto sufficiente, ai fini di tale ultimo requisito, l'accertata presenza del rappresentante dell'organizzazione sindacale d'appartenenza del lavoratore "nell'ambito della procedura conciliativa"). (Cass. 3/4/2002 n. 4730, Pres. Mileo Est. Mammone, in D&L 2002, 785; in Riv. it. dir. lav. 2003, 178, con nota di Andrea Pardini, Sui requisiti formali e sostanziali della conciliazione in sede sindacale)
  3. Non è affetto da nullità l'atto, stipulato dal lavoratore con la società datrice di lavoro nelle forme della conciliazione in sede sindacale (anche in assenza di una già prospettatasi vertenza tra le parti), con cui il medesimo, in relazione alla prevista e prossima cessione, da parte della società datrice di lavoro, della sua azienda ad un'altra (specificata) società, rinunci al diritto garantito dall'art.2112 c.c., di passare alle dipendenze dell'impresa cessionaria, dato che il diritto oggetto della rinuncia in questione deve ritenersi determinato ed attuale (nella specie la società datrice di lavoro era assoggettata a concordato preventivo, il lavoratore si trovava in cassa integrazione straordinaria, e la società interessata a rilevare l'azienda aveva posto la condizione del passaggio alle sue dipendenze di solo una parte dei dipendenti) ( Cass. 18/8/00, n. 10963, pres. De Musis, in Orient. giur. lav.2000, pag. 689)
  4. Non costituisce conciliazione in sede sindacale ex art. 2113, 4° comma c.c. - la quale in deroga a quanto previsto dai primi tre commi dello stesso articolo rende inoppugnabili rinunce e transazioni che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili di legge e/o di contratti collettivi - l'accordo raggiunto autonomamente tra la direzione aziendale e i rappresentanti di alcune sigle sindacali. Per contro, affinché si versi nell'ipotesi di conciliazione sindacale è necessario che il lavoratore sia attivamente assistito, nella conduzione delle trattative con la controparte, da un rappresentante sindacale di fiducia e che tale assistenza risulti comprovata dal verbale di conciliazione contestualmente sottoscritto sia dalle parti che dal rappresentante sindacale stesso (Cass. 11/12/99, n. 13910, pres. Trezza, in Riv. Giur. Lav. 2000, pag. 508, con nota di Leotta, Ruolo e funzioni dei rappresentanti sindacali in sede di conciliazione sindacale)
  5. La revoca, ottenuta con verbale di conciliazione in sede sindacale, del licenziamento e la reintegrazione del lavoratore nel precedente posto di lavoro hanno eliminato il licenziamento con effetti "ex tunc", con la conseguenza della giuridica continuità del rapporto di lavoro. La rinuncia, effettuata dal lavoratore in sede di conciliazione, alle retribuzioni relative al periodo in contestazione può spiegarsi solo con la continuità del rapporto e con la persistenza dell'obbligo contributivo. Ovviamente, il lavoratore può rinunciare alle retribuzioni, ma non anche alle contribuzioni previdenziali, che rientrano nel novero dei diritti indisponibili (Cass. 8/6/01, n. 7800, pres. Lupi, est. Filadoro, in Lavoro e prev. oggi 2001, pag. 1610)

D. Conciliazioni giudiziarie

  1. Posto che le conciliazioni giudiziali, pur essendo inoppugnabili ex art. 211 u.c. c.c., sono comunque suscettibili di formare oggetto delle ordinarie azioni di nullità o di annullamento, va dichiarata d'ufficio nulla ex artt. 1346 e 1421 c.c. la conciliazione giudiziale priva di sostanziale res litigiosa e di determinatezza dell'oggetto (nella fattispecie si trattava di conciliazione giudiziale a seguito di ricorso proposto dal datore di lavoro per l'accertamento della natura non subordinata del rapporto, senza che dagli atti o dal verbale di conciliazione risultasse l'esistenza d'una lite sul punto) (Pret. Napoli 24/1/97, est. Musella, in D&L 1997, n. Manna, La conciliazione giudiziale e il suo abuso)

E. Conciliazioni alla Direzione Provinciale del Lavoro

  1. Con riguardo alla speciale impugnativa della transazione tra datore di lavoro e lavoratore, prevista dall'art. 2113, terzo comma, c.c., l'intervento dell'ufficio provinciale del lavoro è in sé idoneo a sottrarre il lavoratore a quella condizione di soggezione rispetto al datore di lavoro, che rende sospette di prevaricazione da parte di quest'ultimo le transazioni e le rinunce intervenute nel corso del rapporto in ordine a diritti previsti da norme inderogabili, sia allorché detto organismo partecipi attivamente alla composizione delle contrastanti posizioni delle parti, sia quando in un proprio atto si limiti a riconoscere, in una transazione già delineata dagli interessati in trattative dirette, l'espressione di una volontà non coartata del lavoratore. Consegue che anche in tale ultimo caso la transazione si sottrae alla impugnativa suddetta. (Cass. 12/12/2002, n. 17785, Pres. Mileo, Rel. Putaturo Donati, in Lav. nella giur. 2003, 481)